Vorrei condividere con voi una storia bellissima: quella di Alice (nome di fantasia) , giovane mamma impegnata nel sociale e Marco ( anche questo nome non è l’originale), un bambino disabile figlio di una coppia difficile.
Per ovvie ragioni di tutela della privacy, ometterò oltre ai nomi anche i luoghi in cui la vita di queste due creature si è intrecciata.
Una sola premessa: quella che se ne trae è una grande lezione di Amore incondizionato, verso il più debole ma più in generale verso il prossimo.
L’amore fa miracoli, dice qualcuno, e nel caso di Marco è una verità inconfutabile!!
Alice, è una donna davvero speciale che ho avuto la fortuna ed il piacere di conoscere durante uno dei seminari che tengo in giro per l’Italia.
Posso testimoniare , quindi, avendo conosciuto il piccolo Marco ed il suo attuale papà Mauro , che quanto Alice descrive in questa toccante lettera corrisponde solo alla realtà!
“Caro Mike, grazie grazie grazie. Sono molto felice dell’opportunità che mi offri e l’accolgo con entusiasmo!
Ho visitato il tuo sito e colgo la tenerezza ( sentimento forte, esito di paziente consapevolezza ) e la sollecitudine di essere accanto ai due passaggi delicati della vita, là dove la persona è più esposta e fragile.
Quando si è piccini, non c’è tempo: bisogna amare per vivere, quando si é anziani anche, per non morire.
Ben contenta dunque di farmi prossima a questa nuova possibilità che incrocio attraverso di te.
Mi sono sempre dedicata agli altri. La com-passione è un mio status naturale, un dono grande che mi dona tanta gioia e tanta sofferenza, perché è come essere sempre connessi con la carne del mondo che canta, che geme. Nessuna gloria, sia chiaro, nessuna pretesa salvifica. Respirare sincroni al respiro del mondo trasforma le priorità e Marco, ad un certo punto della mia vita è stato l’urgenza di rispondere “ci sono” alla Vita che mi veniva a cercare. Così, semplicemente è accaduto.
Sono scesa in Sicilia, dove sorge il sole, nel 2000. Anno simbolicamente gravido di cambiamenti, e quanta vita è cambiata iniziando l’esperienza di casa-famiglia in Sicilia! Con il mio ex marito , tre figli (allora di 13, 8 e 1 anno), una mamma anziana, ho lasciato la Toscana “bruciando le navi” dietro di me e gettandomi a capofitto in una Mission che scherzando definivo “del Dio minore”, affatto riconosciuta e messa a dura prova per le differenze di cultura e mentalità. Io, nordica, alla conquista di un sud misterioso per me, antico se non arcaico ai miei occhi. Quanti errori! Quanti scivoloni ingenui! E quante persone accolte, poveri veri e no, poveri dentro e poveri fuori o entrambe le cose, poveri senza sapere di esserlo, altri decisi a restarlo, altri ancora così poveri da non riconoscere il proprio bisogno.
Ed io a pensarmi, per scelta di condivisione estrema, povera con loro!
Io so perfettamente che la legge di attrazione funziona! Ho lungamente sperimentato come si diventa ciò che si pensa, ed io, che mi sono a lungo pensata e sentita brutta incapace e povera, garantisco di esserlo stata a lungo e con successo!
Ma veniamo a Lui, detto Marco in famiglia.
La casa famiglia ( di Don Oreste Benzi) si trovava nel Sud. Stavamo lì da circa 5 mesi, disorientati più che mai. Era appena mancato mio padre ed io ero appena tornata dal suo funerale . I servizi sociali ci chiesero se potevamo accogliere un piccolino con idrocefalo che versava in stato di abbandono all’ospedale Sant’Orsola a Bologna. Non esitai un attimo anche perché desideravo in “dono” un bambino speciale. Accadde tutto come da prassi di casa famiglia: l’assistente ci lasciò in affido un fagotto di 20 mesi e appena 8 kg, corredato di broncopolmonite e scabbia.
Stava rattrappito come una scimmietta ed urlava appena vedeva l’acqua, non riusciva a deglutire bene e si nutriva quasi esclusivamente al biberon. Furono anni dedicati, nei quali, tra le molte incombenze che la casa famiglia esigeva, imparai poco alla volta alla cattedra di questo bimbetto che lentamente cominciava a sorridere, e sperimentando abbracci e cura, acquisiva una serenità che ci rilanciava contagioso.
Legalmente Marco, come decidemmo di chiamarlo in famiglia, era affidato alla comunità di cui eravamo membri. La mamma, sarda e poco più che ventenne, dopo un anno rinunciò a lui mentre il papà, algerino, stava in carcere. La prassi voleva che dopo due anni il giudice decidesse il suo destino: o trovava una famiglia che lo accogliesse come figlio o in un istituto.
Io, come figlio lo avevo già accolto, nel cuore. Marco cresceva pari a Luca, mio ultimo figlio naturale e insieme giocavano come tutti i fratelli del mondo. Una volta trovai Luca che aveva sistemato un cesto da basket in basso, per permettere a Marco di giocare con lui ed entrambi inseguivano la palla carponi. Naturale per Luca adattare le circostanze alle esigenze di Marco , capace di spostarsi solo sulle ginocchia. In casa non son mai servite le prediche: l’amore è un processo cre-attivo sorprendente. I bambini, in genere più aperti di noi adulti, non temono, recepiscono e passano il favore.
L’esito dell’idrocefalo sofferto dal bambino aveva lasciato displasia agli arti inferiori, una sordità profonda e un consistente ritardo cognitivo. L’incuria dei primi mesi aveva amplificato la situazione: Marco aveva abitato il marciapiede da subito, resistendo come poteva all’addiaccio. La mamma lo impiegava per accattonaggio e quando per due volte la polizia era intervenuta per ricoverarlo al sant’Orsola, lei era andata a riprenderselo nonostante la diagnosi riservata.
Cure continue erano urgenti: visite, indagini e diagnosi, prognosi e terapie… Marco aveva a disposizione (almeno idealmente)una varietà di percorsi riabilitativi da intraprendere incredibile. Recuperiamo prima gli arti o l’udito? Cerchiamo lo psicomotricista o la logopedista? Al sud molto è rarefatto, se non assente . Tutto tende a rimanere comunque immobile e ci vuole una grande energia rivoluzionaria. Allora non avevo nulla di ciò e subivo la prepotenza di un sistema col quale ero pure connivente. Una comunità retoricamente caritatevole ed un, ahimè, marito che s’appropria esclusivamente della cura di Marco, escludendomi e controllando che “stia buono”. E’ lui che lo porta alle visite, alle terapie, che lo accompagna nei ricoveri lontano da casa. L’esito riportato è sempre confuso e non si capisce bene come procedere nel piano riabilitativo. Gli anni passano e qualche miglioramento c’è: grazie alla logopedia Marco impara a masticare. A suon di giochini con la nutella spalmata sulle guance ( per rendere agile la lingua), cannucce per soffiare e bolle di sapone, Marco impara a nutrirsi come un bimbo della sua età senza rischio di soffocamento.
Per le gambe i pareri sono discordi: chi parla di allungare i tendini al Rizzoli chi tenta l’impiego del botulino e i tutori.
Verso i 4 anni mi balza in testa l’idea di farlo battezzare. Ne parlo al mio Vescovo . Mi vuole bene il Pastore e vuole bene a Marco. Pochi giorni dopo ricevo la telefonata del giudice che decise di inviarlo da noi. In linguaggio criptico mi da precise indicazioni. “Dica al mio amico di inciampare con un catino di acqua benedetta sul bambino. Voglio che sia detto pubblicamente che è per mia espressa volontà, dovete stare sicuri, il padre fatica ad accettare il battesimo, è musulmano”.
La notte di Pasqua Marco, viene battezzato. E’ in preda ad una crisi di asma a causa di un’intolleranza all’incenso. Dietro l’altare, tra una lettura e l’altra, gli inietto del provvidenziale Bentelan.
Da quella notte è stato sempre bene e non ha mai più’ sofferto per la respirazione. Poco tempo dopo il vescovo mi propone cautamente di avviare una coppia amica all’adozione. Pare sia disponibile a prendersi Marco come figlio. Io non esito: ma che dice? Io non sono una mamma “temporanea”: Io Marco lo voglio e con me lo vogliono i miei figli ed anche il loro papà.
Parte da quel momento la pratica per l’adozione: l’associazione ci appoggia e quindi l’iter è semplificato, restano alcune barriere mentali nei nonni paterni tuttavia vengono superate. Il 4 ottobre Marco diventa nostro figlio a tutti gli effetti. Il giudice in coscienza ha deciso di darcelo a fronte del padre naturale che dichiarava di non poterlo curare. Io sono grata, molto grata. Anche a quel padre e a quella madre le cui storie di vita sospendo da ogni giudizio. Immagino che rinunciare ad un figlio sia comunque e sempre una impresa ardua e coraggiosa, mai una vittoria.
La vita in casa famiglia è difficile e complessa. Il clima diventa grave per la nostra crisi coniugale. Marco, anello economicamente vantaggioso, paga le prime conseguenze. Mi accorgo che vive nella paura continua quando, passandogli accanto di corsa, lo vedo sobbalzare, ho conferma della violenza che qualcuno scarica su di lui dai lividi che trovo sul suo corpicino. Se non parla la voce di Marco la sua pelle grida. Marco accanto al papà zittisce e sgrana gli occhi, all’erta come un lemming nel deserto. Decido di allontanarmi insieme ai mie figli da un uomo profondamente infelice e arrabbiato.
Oggi Marco vive con me, due dei suoi fratelli ( Maria di 22 anni e Luca di 14), in Sicilia. E’ profondamente legato al mio compagno, Mauro, col quale rischia un rapporto simbiotico. In questi ultimi 5 anni ha imparato a controllare gli sfinteri, a comunicare con la CAA (comunicazione alternativa aumentativa). Ha affrontato 4 operazioni dolorose e lunghe per poter camminare ed ancora non è finita. Va a scuola con grande piacere ed è amato e benvoluto da tutti i ragazzi. E’ un bellissimo figlio del deserto dai tratti scuri e camusi, un simpaticone adolescente con la testa di un bimbo prescolare che vive felice. Di professione fa il guru per quanti sanno vedere ed ascoltare.
Il padre adottivo non lo cerca più e anche se vede i figli naturali evita di coinvolgerlo. Mauro è per Marco un vero padre al punto che se sta male, Marco cerca lui prima che me. E’ lui che gli ha insegnato ad andare in bagno e a nuotare, con lui esplora d’estate i fondali marini della nostra bellissima costa, con lui fa la doccia, con lui è complice di marachelle, lui cerca per trovare consolazione.
Io resto, sono la mamma. Ma “una mamma dei figli degli altri” sa bene di portare in cuore, insieme all’amore gratis, il peso di responsabilità altrui, da trasformare. Così a me tocca di amare un passo indietro, e va bene così. Ciò’ che conta è invisibile agli occhi, si sa.
Ancora sono grata: alla Vita, a Marco che mi ha molto insegnato , a Mauro che lo ha accettato incondizionatamente. Sono grata ai miei figli che hanno avuto il coraggio di amare, semplicemente.
Tutto ciò ha permesso l’inimmaginabile: le cose belle prima si fanno poi si pensano.
Marco ha cambiato le nostre vite, per Marco sono cambiata. Se prima la chiesetta in cima al monte era spunto per la contemplazione di un panorama mozzafiato, oggi è una meta spesso preclusa da una rampa inaffrontabile. Affrontiamo quotidiane battaglie: dal posto macchina presso l’unica rampa accessibile a mare del paese, agli sgravi fiscali previsti per legge ma spesso ostacolati dalle istituzioni. Sebbene stanca di lottare sono tuttavia pacificata nel profondo. Dannoso covare rancore per chi non ha voluto o saputo accogliere il dono. Perché ogni dono comporta responsabilità e rimette in gioco senza scuse, quindi implica, come dici tu… attributi notevoli.
Il coraggio non è di serie, è una scelta agire secondo il cuore. Io, in tutti i miei limiti ed errori, l’ho finalmente fatta questa scelta e non torno indietro. Ho appena iniziato ad essere felice, figurati se mi fermo…
Grazie Marco sei il mio personal coach permanente (senza offesa, zio Mike!)!!
Grazie “Alice”, che lezione di vera vita!!!
Mike